Forza e tenerezza

C’è un’immagine che circola sul web da domenica sera, la foto dei medici cubani che sono arrivati per aiutare l’Italia.

Cuba non è l’unico stato che si è mosso, sappiamo che i primi sono stati i cinesi che dopo il dramma vissuto in prima persona hanno sentito che era giusto venire in soccorso.

Mentre altri stati sono rimasti fermi, alcuni sulla difensiva, altri indifferenti, la Cina, la Russia e Cuba hanno sentito che non potevano non coinvolgersi.

Viene da domandarsi cosa muove 52 medici e infermieri cubani e che cosa motivi i medici russi che sono in arrivo. Diplomazia internazionale? Forse. È probabile.

Però ci piace pensare che nel cuore della maggior parte di questi medici ci sia non solo l’obbedienza a un ordine di stato, magari imposto per tutelare rapporti e dinamiche tra paesi diversi.

Ci piace pensare alla regola d’oro che, più antica del Vangelo, ha origini, tra l’altro, proprio dall’antica cultura cinese: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Forse i cinesi, sottoposti a una dittatura che impediva relazioni con l’esterno, avrebbero desiderato un aiuto da altrove. Forse i cubani hanno pensato che se fosse accaduto a loro, avrebbero voluto un intervento da uno stato e così via. E lentamente la catena di aiuti dall’estero si sta allungando.

Forse ognuno si chiede come intervenire in questo momento, come coinvolgersi. Diversi medici in pensione si sono resi disponibili e ora si trovano nelle corsie degli ospedali che curano i malati di coronavirus.

Tornando a Cuba, vedendo l’immagine dei medici cubani che procedono in modo fiero dentro l’aeroporto, applauditi e tenendo la bandiera del loro stato, viene da pensare alla loro storia e alla loro forza rivoluzionaria, al di là delle ideologie. E così viene in mente una frase di Che Guevara scritta nel suo Testamento spirituale: “Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”.

Questi tempi sono duri e occorre forza. E i volti dei medici e degli infermieri sono tenaci, tirati, determinati nella lotta contro questo virus. Al tempo stesso, non c’è lavoro più tenero e delicato di quello di questi uomini e donne che si prendono cura della salute dei malati e spesso sono costretti ad accompagnarli in stati di grande sofferenza.

Forza e tenerezza.

Ognuno poi nel lavoro porta il proprio carattere. Forse c’è chi è più predisposto alla durezza, alla determinazione e chi più alla carezza che sana. In questi giorni serve molto la forza, perché un virus che aggredisce va aggredito a propria volta, forse non c’è tempo per troppa tenerezza. Eppure in quei volti di medici, infermieri stravolti e stanchi compare proprio quella dolcezza di chi fa di tutto per tenere in vita chi sta lottando.

L’invito di Che Guevara arriva a noi che siamo a casa e che viviamo questo tempo. Cerchiamo di essere duri, ovvero impegnati, coinvolti nei nostri impegni, facendoci responsabili della vita di tutti e, al tempo stesso, pratichiamo gesti di tenerezza verso di noi e verso gli altri. Non temiamo i sorrisi, le parole che consolano, gli abbracci a chi vive con noi (gli altri li riceveranno quando sarà possibile), un saluto al vicino di casa dal balcone, uno sguardo di partecipazione.

Durezza per non spegnerci e tenerezza per continuare a rimanere legati gli uni agli altri.

Ci viene in mente una frase che qualche tempo fa circolava sul web “Praticate atti di gentilezza a casaccio”. Ecco, ora nulla è a casaccio. Ora tutto acquisisce senso. Ora tutto è cura.

Immaginiamo che siamo tutti bambini piccoli da tenere in braccio, da rassicurare, proteggere e amare. Cerchiamo di essere davvero custodi gli uni degli altri.

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