Palme senza palme e senza folla

Domani inizia la Settimana Santa con la Domenica delle Palme. Per i cristiani è il tempo liturgicamente più ricco, pieno di significati e riflessioni. Abbiamo tutti memoria, da bambini o da adulti, dei sagrati delle chiese piene di persone con ulivi e palme svolazzanti. La folla ha sempre caratterizzato il primo giorno della Settimana Santa. Ci si ritrova insieme, alcuni per tradizione, alcuni per senso del dovere, altri per partecipare a un rito che vivono fin da bambini, altri ancora perché si apprestano a vivere la settimana più intensa dell’anno liturgico e prepararsi alla Pasqua.

E questa folla non disturba nessuno, perché è la folla della Passione di Gesù. Quando è entrato a Gerusalemme per essere catturato e ucciso c’era folla o, come direbbero oggi, c’era un assembramento di persone. E trovarsi in quelle folle sventolanti ulivi e palme ci fa rivivere, in qualche modo, il tempo in cui Gesù viene accolto a Gerusalemme. Ognuno, se vuole, può immedesimarsi.

Quest’anno per i credenti la Domenica delle Palme sarà diversa. Dovremo rinunciare all’intensità dei simboli. Qualcuno potrà procurarsi dell’ulivo o una pianticella e in famiglia il papà potrà fare la benedizione. Ma la benedizione sarà diversa, non minore, non senza significato. I bambini potranno crearsi ulivi di carta, ma non svolazzarli nel piazzale della chiesa. L’ulivo sarà per noi simbolo mancante, di una pace che deve ancora arrivare.

Quest’anno non faremo folla, ma entreremo con Gesù che è entrato a Gerusalemme circondato di persone. Ognuno con la sua storia. Saremo con lui sulla sua asina, in attesa di vivere una Settimana Santa diversa. È diversa questa Domenica delle Palme, sarà diversa tutta la Settimana Santa e anche la Pasqua. Ma non per questo sarà meno profonda.

La conferenza episcopale italiana ha fornito più sussidi per famiglie, per bambini e adolescenti, per vivere in casa la Settimana Santa (https://www.chiesacattolica.it/la-chiesa-domestica-celebra-la-pasqua/).

La chiamiamo Domenica delle Palme, ma la domenica che celebreremo domani è la Domenica di Passione. Domani durante l’ascolto del Vangelo ripercorriamo tutti passaggi della sua Passione dall’ingresso a Gerusalemme fino alla sepoltura di Gesù. Forse in una domenica senza gesti, possiamo rileggere tutta la narrazione, fare scorrere dentro di noi le voci dei personaggi della Passione e avere il coraggio di collocarci. Ascolteremo le voci di Pilato, della folla, dei suoi apostoli, della mamma di Gesù, dei ladroni, del centurione e tante altre. Forse sentiremo più vicino a noi il grido di Gesù sulla croce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?” che significa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Quante volte in queste settimane abbiamo posto noi a Dio questa domaijnda? Gesù pone questa domanda prima della sua morte e prima di emettere il suo spirito, segno dell’amore che ci ha donato e della presenza anche quando Dio sembra essere assente.

Intanto, domani, andiamo anche noi verso Gerusalemme, come possiamo, con la nostra storia, le emozioni che ci accompagnano in questo tempo, le paure, le ferite e i disagi, ricordando che il primo luogo in cui entra la Pasqua, ancora di più quest’anno, sono le nostre mura domestiche e le nostre vite, non le chiese.

Possiamo pensare che la Gerusalemme in cui entra Gesù siamo noi, le nostre case, le nostre famiglie.

Sì, Gerusalemme è la città interiore di ogni uomo, salda, integra, fragile, dubbiosa e contraddittoria. È la città che accoglie il Figlio di Dio in modo festoso e che, al tempo stesso, lo rifiuta. È la città dei contrasti, è lo spazio delle nostre contraddizioni, ma è anche lo spazio in cui si realizza la salvezza. È la città di ogni uomo: città che accoglie e città che dubita, città che osanna e condanna, città che ospita il dono dell’amore. Città che, anche rifiutando, ospita. È la dimensione più interna dell’uomo che vive di rifiuto e di ospitalità, di desiderio di accogliere ed incapacità di lasciare spazi. Ma il Figlio di Dio entra comunque, si fa ospitare in una mensa e si crea spazi di vita, accettando anche, come suo ultimo spazio d’uomo, una croce. Gerusalemme siamo noi ogni volta che mettiamo la nostra vita concreta davanti a Gesù con i nostri dubbi, i nostri sguardi aperti verso di lui e il desiderio, anche se fragile ed incostante, di amarlo.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

andiamoci con le nostre vite stanche, ferite, in attesa di tregua.

Andiamo anche noi verso la nostra Gerusalemme,

andiamoci anche noi con le nostre umanità.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

andiamoci con le nostre passioni, pregando che rimangano vive anche in questo tempo.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

portando le nostre domande, le nostre paure, le nostre angosce.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

portando l’ascolto del cuore.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

nella speranza verso un Dio che fa nuove tutte le cose.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

senza temere i sogni, le attese, le speranze, nonostante tutto.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

disponibili a comprendere come vivere questo tempo.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

senza nascondere le nostre fragilità.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

portando in offerta i frutti benefici delle nostre vite.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

disponendoci ai sogni di Dio.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

città di sofferenza e dell’infinito amore.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

città di festa e di dolore.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

città di salvezza per eccesso di amore.

Andiamo anche noi verso Gerusalemme,

convinti che anche quest’anno Pasqua arriverà.

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