Evadere dal carcere

L’attimo fuggente

Stavamo pensando al post di oggi, quando il suggerimento ci è giunto tramite Whatsapp dalla condivisione di una vecchia lettera indirizzata a Corrado Augias qualche anno fa. Per il nostro intento non la pubblichiamo tutta intera, ma la prima parte che ci può aiutare nel condurre la riflessione di oggi.

Ricordo ancora la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: “A che serve studiare? Chi sa rispondere?”. Qualcuno osò rispostine educate: “a crescer bene”, “a diventare brave persone”. Niente, scuoteva la testa. Finché disse: “Ad evadere dal carcere”.
Ci guardammo stupiti. “L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare. In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?”.

Quanti di noi, da studente, hanno pensato alla scuole come ad un carcere in cui rispettare le regole e obbedire, senza possibilità di ribellarsi? No! La scuola ci tiene proprio lontano da questo carcere! Pensiamo a come ci può fare andare lontano la lettura di un libro, agli strumenti logici che ci donano la matematica e le discipline scientifiche, alle opportunità che abbiamo fin da ragazzini di scoprire passioni. A volte possiamo averne paura, ma la scuola ci può permettere viaggi straordinari, ci può fare incontrare uomini e donne del passato che altrimenti cadrebbero nella dimenticanza e ci può fare un dono immenso, indipendentemente, dalla bravura o meno degli insegnanti, ci può offrire possibilità per il domani. Non per entrare nel mondo del lavoro. Si può lavorare anche senza essere andati a scuola. Non per decidere se frequentare l’università. A quella si arriverà se si vorrà. La scuola è una palestra di relazioni, di scambi di sguardi e parole, di incontri che lasciano il segno, di silenzi che parlano, di visioni condivise. È dono di senso critico e possibilità di pensare con la propria testa, anche rischiando di sbagliare.

In questi giorni assistiamo a tanti dibattiti sulla didattica a distanza. L’Italia si è dovuta armare per predisporsi ad affrontare qualcosa per cui non era preparata, non solo nell’ambito dell’istruzione. Ogni docente sta facendo del proprio meglio. Molti genitori sono dispiaciuti per il fatto che le scuole non riapriranno prima di settembre e reclamano il diritto all’istruzione. È brutto vedere a casa i propri figli, assistere ai loro momenti di noia e sconforto e tenerli su di morale. Ma la scuola continua ad andare, a lavorare, non allentando quel filo d’Arianna che ci permette di evadere dal carcere. E, vi assicuro, non è facile per nessuna scuola di ogni ordine e grado. Eppure nessun docente ha rinunciato a questo ruolo. È come se durante ogni videolezione di sottofondo si sentisse un invito, anche se non pronunciato, magari in una ordinaria lezione di matematica o storia: “Forza ragazzi! Resistete! Ne usciremo e saremo più forti! Forza!”. Qualche docente vorrebbe urlarlo, ma per discrezione non osa e tiene questo urlo per sé.

Resistete ragazzi, perché insieme dobbiamo evadere dal carcere. Qualcuno ha detto che la metafora del carcere per parlare del coronavirus non è adeguata. È vero! Infatti non ci riferiamo al carcere del covid in questo momento, ma a un carcere più pericoloso, quello che ci vuole fermi, incapaci di pensare e di reagire. E spesso la strada per l’evasione ci viene offerta da un sogno, da una passione da scoprire, da una parola ascoltata, da un consiglio, da uno scontro. La scuola è questo.

Qualche anno fa una nostra amica insegnante ci disse che aveva scelto questo lavoro perché quando era ragazzina suo padre aveva detto un giorno a lei e i suoi fratelli: “Noi non abbiamo tanti soldi da lasciarvi in eredità, ma possiamo lasciarvi la cultura”. La parola ‘cultura’ le era rimasta impressa e commentava così la sua passione per l’insegnamento: “Cultura non è dare tante nozioni, ma coltivare. Io ho voluto e voglio coltivare me stessa. Ora coltivo le mie pianticelle, i miei studenti. Poi loro faranno la loro strada con un’arma non violenta potentissima”. Quanti insegnanti hanno questo pensiero nel cuore ogni volta che entrano in classe. Noi ne abbiamo conosciuti tantissimi.

Ora non possiamo entrare a scuola, ma possiamo vivere la scuola. Skolè in greco significa tempo libero. Abbiamo tanto tempo libero. Riempiamolo di armi del pensiero e così un giorno ci scopriremo tutti grandi evasori, potremo fuggire dalle realtà che ci opprimono e che ci tolgono il respiro, e soprattutto potremo continuare a sperare e coltivare sogni, nonostante tutto. E, studiando, forse, qualcuno troverà vie nuove per risolvere i problemi.

Una opinione su "Evadere dal carcere"

  1. In questo periodo di restrizioni forzate mi è spesso capitato di pensare alla scuola. La scuola è un luogo che io ritengo una seconda casa, non solo perché ci trascorro gran parte del mio tempo ma anche perché mi ha sempre aiutata a crescere come persona . Ho avuto spesso la fortuna di incontrare professori che all’insegnamento uniscono una cura minuziosa per ciascun alunno , quasi fossero dei figli da accudire e proteggere. Parlando da figlia unica i miei compagni di classe li ritengo i fratelli che non ho mai avuto: con loro ho fatto amicizia, ho litigato, ho fatto la pace , li ho visti ridere e piangere. Ora dobbiamo essere più forti di prima, dobbiamo farci forza insieme e presto saremo di nuovo uniti come una grande famiglia.

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