Sperare per tutti

Arcabas, Emmaus (dal Ciclo di Emmaus)

Per chi crede il Vangelo è buona notizia e porta con sé parole e pagine di speranza. La pagina di Vangelo di questa domenica è colma di speranza (Lc 24,13-35).

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste…[…] Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. […]
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Due uomini o un uomo e una donna sconsolati. Non sono felici e non hanno uno sguardo sereno verso la vita. Camminano pieni di domande e dubbi, come noi in questo tempo. I loro occhi fanno fatica a riconoscere l’uomo che si mette accanto a loro lungo la strada, forse perché troppo presi dai discorsi, dalle considerazioni. Avevano messo tutto il loro cuore in un sogno, speravano che la salvezza venisse da una persona che ora è morta appesa a una croce. Delusione e disperazione e soprattutto una domanda: ora da dove ripartiamo?

In cammino verso Emmaus siamo noi in questo tempo di sospensione, spesso con il volto triste, incapaci di comprendere ciò che sta accadendo e confusi. Piccoli bagliori si prospettano quando sentiamo parlare della fase 2. Ma poi subito domande e paure: E se il virus riprende in modo ancora più forte?Se ci aggredisce ancora di più?

Come i discepoli di Emmaus anche noi siamo sconvolti. Abbiamo paura pensando al futuro, siamo preoccupati per i nostri figli e per i nostri anziani, vorremmo avere tutto sotto controllo, in un tempo in cui la vita ci sta insegnando che al contrario la vita sfugge e che non possiamo gestire tutto, possiamo curarlo, ma non gestirlo.

Anche noi abbiamo bisogno di uno straniero che percorra con noi un tratto di strada. Cerchiamo e attendiamo qualcuno o qualcosa che ci dia conforto. Conforto e sollievo. Per chi crede può essere proprio la Parola di Dio che offre letture e prospettive diverse in questo tempo, permettendoci di guardare al di là delle contingenze. Ci possono sostenere testimonianze e ricordi di persone che hanno vissuto momenti simili e che per noi, non solo possono essere esempio, ma anche voce di speranza. Ci possono sostenere pagine di libri e racconti di uomini e donne che pensano. Possono esserci di sollievo persone come il Papa, il Presidente della Repubblica e persone che nei loro gesti e nelle loro parole sembrano portare sulle spalle l’umanità intera. Ci danno speranza i medici, i ricercatori e gli infermieri che instancabilmente non si fermano. Ci danno speranza la mamma e il papà che continuano a elencare al figlio le cose che faranno non appena si potrà di nuovo andare in giro. Anche loro non sanno quando accadrà, ma continuare a dare speranza deve essere la prospettiva.

Se non avessimo avuto speranza saremmo rimasti a casa per due mesi? Forse qualcuno sarebbe rimasto in casa per senso del dovere e per evitare multe, ma i più avrebbero trasgredito. Il motore della responsabilità non è il dovere, ma la speranza per un mondo migliore e per un mondo diverso.

Ognuno, come può, si è preso carico di un pezzo di mondo per quel briciolo di speranza dentro di sé.

Ora è tutto più difficile perché sono trascorsi due mesi, perché il rischio che non sia bastato è altissimo, perché la possibilità che ci dovremo rifermare in attesa di un farmaco o di un vaccino è elevata, eppure bisogna riuscire a coniugare sempre il verbo SPERARE.

Come i discepoli di Emmaus abbiamo bisogno di uno sguardo per sperare, uno sguardo che può essere donato da un altro. C’è un libro di un importante teologo Hans Urs Von Balthasar che ha un titolo che ci è sempre piaciuto “Sperare per tutti”. Al di là del contenuto, il libro ha un titolo bellissimo. La speranza non ha senso se è solo per qualcuno, ha senso se è collettiva, per tutti, se dà prospettiva di salvezza universale. Ora è difficile avere questo sguardo. Chi ha figli piccoli si domanda quando torneranno alla vita di prima al nido, alla scuola materna a scoprire pezzi di mondo. Chi ha figli più grandi si preoccupa di quando torneranno a imparare, apprendere e condurre la vita sociale di prima. Chi è anziano rischia di sentirsi isolato e inutile. Chi è nel pieno della maturità vorrebbe farsi carico di tutto e rischia di sentirsi impotente e fragile. È così!

Unica risposta possibile è sperare. Sperare che come i fiori sono sbocciati in questa primavera inusuale, anche noi torneremo alla nostra pienezza di vita.

Rimane la tristezza di chi ha perso amici e parenti. Non possiamo fingere che non sia accaduto. È vero. Emmaus ci insegna che la morte non è l’ultima parola, anche per chi non crede. Nulla finisce qui, perché ciò che ciascuno ha seminato rimane e porta frutto.

Non speriamo mai solo per noi stessi, perché proprio come scrive Von Balthasar in “Sperare per tutti”: “Sperare unicamente per sé sarebbe insopportabile egoismo e superbia…”. Speriamo per tutti, speriamo per il mondo. Anche noi un giorno riprenderemo il nostro cammino, incontreremo altri e potremo raccontare cosa abbiamo vissuto, come abbiamo sperato e quali sguardi nuovi ci sono stati donati.

Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia e alla pace, perché quando noi ci lamentiamo, non siamo nella gioia; siamo in un grigio, in un grigio, quell’aria grigia della tristezza. E questo non aiuta neppure ci fa crescere bene. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia del servizio“. (Papa Francesco, Regina Caeli, 26 aprile 2020: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2020/documents/papa-francesco_regina-coeli_20200426.html)

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