Storie di ponti

Il nuovo ponte per Genova

Ricordiamo tutti il dramma del 14 agosto 2018 quando il Ponte Morandi è crollato. Abbiamo pianto tutti per i 43 morti e nessuno non ha provato disperazione per un evento inaspettato e terribile. Un ponte che dovrebbe unire, collegare, permettere spostamenti è stato occasione per un transito di morte. Quell’evento ci ha segnato. Chi l’aveva attraversato almeno una volta nella vita ha ripensato a quel passaggio, chi (liguri, piemontesi, lombardi) si trovava a percorrerlo settimanalmente o frequentemente ha provato un senso di dolore profondo. Un ponte significa sicurezza, invece, il 14 agosto 2018 ha significato fine di esistenze, inizio di paure e ansie per molti e necessità di reinventarsi. Abbiamo tutti impressa negli occhi l’immagine del furgone della Basko rimasto salvo per poco. Genova e l’entroterra sono rimaste segnate da quella caduta, una città divisa, una viabilità ridotta, una sensazione di caos e isolamento.

Oggi, 28 aprile 2020, è stato celebrato il posizionamento dell’ultima campata del nuovo ponte di Genova, una grande emozione per tutti, genovesi e non in un momento nuovamente drammatico, complesso e difficile. Il ponte la cui edificazione dovrebbe concludersi in giugno, si innalza come simbolo di speranza. Mentre veniva completata l’ultima campata, suonavano a festa le sirene delle navi. Vedere le immagini fa provare i brividi con un’intensità analoga a quella di due anni fa. Allora erano brividi di morte, paura, sconforto, oggi sono brividi di gioia, speranza, rinascita. Non si può cancellare quel dramma. Chi era abbastanza grande per ricordare lo racconterà ai figli e ai nipoti, non si può nemmeno negare l’ansietà che caratterizza questi mesi per via del COVID, ma nulla impedisce di vivere l’entusiasmo per questo nuovo simbolo di speranza. I ponti uniscono, creano legami, mettono insieme e permettono incontri inediti.

Si sa, si dice, i muri dividono e i ponti uniscono. Siamo in un tempo in cui nel mondo si stavano innalzando tanti muri, si stavano creando troppe lacerazioni. Questo virus, nel suo male doloroso, ci ha insegnato che possiamo separare gli uomini, possiamo creare divisioni e conflitti, ma che quando una pandemia arriva non domanda in quale parte del mondo stai. Anche in questi giorni abbiamo la tentazione di innalzare muri, di fare rivendicazioni, ma ci servono ponti che unifichino e che non ci facciano sentire soli.

I ponti raccontano…

Ci sono diversi ponti che amiamo, come il Golden Bridge in Vietnam, nelle colline di Ba Na. Delle mani giganti di pietra sorreggono un ponte. Le mani, da cui vengono gesti di pace e di scambio, fanno da ponte.

Vietnam, Golden Bridge

Un altro ponte che racconta reciprocità è un ponte installato a Venezia in occasione della Biennale d’Arte di Venezia del 2019, il Building Bridges – Costruendo ponti di Lorenzo Quinn.

Lorenzo Quinn, Building Bridges

Sei paia di mani che sorreggono un ponte, come le mani che si stringono in segno di pace, che offrono un bicchier d’acqua, che donano una carezza, che porgono aiuto, che accompagnano, che si scambiano in segno di amicizia. Secondo alcuni critici ogni coppia di mani di Lorenzo Quinn rappresenterebbe un valore universale (https://www.elledecor.com/it/viaggi/a27419094/biennale-venezia-2019-mani-giganti-lorenzo-quinn/). Osservando il ponte, le grandi mani di Quinn non sono tutte uguali, perché la reciprocità nasce dall’incontro di diversità.

Colpiscono soprattutto le mani di generazioni diverse che si incontrano, indispensabili per generare condizioni di reciprocità, come la mano di un vecchio che stringe quella di un giovane e quella di un adulto che tiene quella di un bambino. Diverse mani e diverse strette, differenti modi di incontrarsi e sorreggersi che ci ricordano che la vita è un continuo prendersi per mano e sostenersi “gli uni gli altri”.

Poi c’è un ponte che amiamo particolarmente per il suo valore simbolico. È il Q’eswachaka,  in Perù, un ponte di corde costruito utilizzando tradizionali tecniche di ingegneria inca. Gli abitanti delle due sponde ogni anno si impegnano a ricostruire e a sistemare insieme il ponte sul Río Apurímac, senza il quale le popolazioni rimarrebbero isolate. Così, tra il 12 e il 14 giugno, uomini e donne delle comunità contadine di Huinchiri, Chaupibanda, Choccayhua e Ccollana Quehue dedicano tre giorni di lavoro alla ricostruzione del ponte.

Una volta raccolta l’erba chiamata q’oya, questa è intrecciata in grandi cavi e i contadini lungo la strada lavorano insieme a tirare queste corde per stenderle e attorcigliarle.

Il vecchioponte è utilizzato per far passare il primo cavo del nuovo ponte e, terminata la sua funzione, è spazzato via dal fiume. Le comunità, quando il ponte nuovo è finalmente terminato, si riuniscono per festeggiare. Il Q’eswachaka è un ponte che si genera grazie a un intreccio di corde e di mani da più di 500 anni.

(Imperdibile il video che vi proponiamo alla fine del post!)

E infine c’è il nuovo ponte per Genova che rappresenta speranza, ricostruzione e futuro. Renzo Piano, architetto e uomo saggio, ha lavorato perché questo ponte duri mille anni, così ha detto, e perché i ponti non sono fatti per crollare, ma ha aggiunto che perché non crolli lo si dovrà curare: “lo si deve curare perché nulla può durare se non è amato”.

Costruiamo ponti d’amore. Non è retorica. Viviamo in un mondo che tende a creare strappi e lacerazioni, ma così non si va da nessuna parte. Reagiamo e facciamo scelte di vita in cui dominino solidarietà, capacità di incontro con l’altro e capacità di costruire legami inediti e creativi. I virus continueranno a circolare, ma forse uniti, li affronteremo meglio e saremo più forti. Questo virus è entrato in un mondo globalizzato, in cui era facile passare da un polo all’altro, ma molto poco solidale e capace di reciprocità.

Coraggio! Impariamo dai ponti, impariamo dal ponte Q’eswachaka . Non è indistruttibile, ma proprio questo suo bisogno di rigenerarsi permette che gli uomini e le donne si facciano pontefici (costruttori di ponti).

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