Forza lavoro

Anche la Festa del Lavoro 2020, come tutti gli altri momenti che stiamo vivendo, sarà diversa da quella degli altri anni, non perché non ci sarà il grande concertone in Piazza San Giovanni a Roma e gli altri eventi sparsi in giro per l’Italia, ma per come stiamo vivendo tutti il lavoro in questo periodo.

È inevitabile pensarci e prestarvi attenzione.

C’è chi con il covid il lavoro lo ha perso perché ha dovuto interrompere l’attività per motivi economici o per occuparsi dei figli (non è vero che tutti i lavoratori hanno pari diritti).

C’è chi il lavoro non lo aveva già prima e ora fatica ancora di più ad andare avanti senza sussidi e aiuti.

C’è chi continua a lavorare come prima o più di prima, basti pensare ai turni dei medici, degli infermieri, dei negozianti dei supermercati, di chi si occupa della pulizia… l’elenco potrebbe continuare. Ci siamo fermati in molti in questo periodo, ma non tutti e chi è stato costretto per necessità a continuare il suo servizio avrebbe desiderato tanto poter interrompere e dedicarsi alla famiglia.

C’è chi lavorava in nero e ora non ha garanzie e vive quasi nascosto.

C’è chi continua a lavorare a casa in smart working (o meglio lavoro agile, lavoro da casa) e fa i conti con una modalità di lavoro diverso. Per chi era abituato a confrontarsi con un pubblico o con un team di altre persone lavorare davanti a un monitor non è esaltante, ancora meno per chi lavora in ambito educativo che deve mediare tutti i suoi rapporti tramite internet e schermi. Altra vita! Oltre al fatto che lavorare da casa tra email, messaggi WhatsApp, comunicazioni che giungono a ogni ora si rischia di non staccare mai e non poter trovare tempo da dedicarsi alla famiglia.

Nel tempo del coronavirus c’è chi perde il lavoro. Non è vero che sono pochi quelli che si trovano disoccupati, basta vedere nelle nostre città quante saracinesche in più oltre ad essere abbassate per i decreti annunciano affitti o vendite. C’è chi dovrà faticare a riprendere le proprie attività per mettersi in pareggio.

E c’è chi tra obblighi di servizio e smart working ha la sensazione di non interrompere mai l’attività lavorativa. Forse questi ultimi sono i più fortunati, anche se in questi giorni sta emergendo un problema serio: chi si occupa dei figli di chi lavora? Il problema sta emergendo ora che dal 4 maggio apriranno molte aziende. Ma nessuno si è posto il problema di come lavorassero i genitori con in casa figli piccoli? Non è assolutamente facile gestire una crisi come questa e il lavoro.

Forse è uno dei pochi momenti in cui il lavoro non è vissuto come occasione di realizzazione personale, ma per chi lavora come servizio e responsabilità.

E poi ci sono i lavoratori dei campi, gli invisibili che permettono che possiamo mangiare verdura e frutta fresca. Non si dice, ma si sa che il lavoro di raccolta, molto faticoso, era affidato agli extracomunitari sfruttati economicamente e non in regola. Ora che tutto deve essere monitorizzato e controllato questa situazione non è più possibile. Allora qualcuno si preoccupa di chi e come raccoglierà i pomodori nei prossimi mesi. E ci si accorge di quanto fosse importante e indispensabile quell’attività. Viene anche in mente di regolarizzare gli stranieri. Perché non prima? Ma perché nei tempi prima del covid non veniva in mente a nessuno?

Lavoro e lavori. Quest’anno forse ci fermeremo a riconoscere la dignità di ogni lavoro. Abbiamo sempre ritenuto che non esistano lavori di serie A e lavori di serie B. Ogni lavoro è fondamentale e quando le attività sono bloccate o limitate ce ne rendiamo conto.

In tempo di smart working e lavoro a distanza in cui tutto è mediato dal computer e dal telefono, sentiamo di riconoscere che il lavoro è fatto dalle persone.

È vero, è tutto più agile (forse!), ma non è detto che sia tutto migliore. Una macchina fa calcoli, un essere umano si relaziona, interagisce, si pone problemi, domanda e risponde. Non possiamo farne a meno.

Il rischio è l’entusiasmo per la macchina, in attesa che un grande virus non colpisca proprio tutti i sistemi informatici, come ora sta facendo nei confronti dell’uomo, per portarci a riscoprire l’importanza della relazione e del contatto anche nella attività lavorativa.

Qual è la prima risorsa del lavoro? L’essere umano.

Sarebbe bello poterlo ricordare ogni volta che vengono definiti orari, responsabilità, diritti, permessi, guadagni.

Può essere una buona risorsa una donna che non può occuparsi dei propri figli piccoli?

Può essere buona risorsa una persona che non ha diritti di permessi e soste quando necessario?

Può essere buona risorsa un uomo o una donna che non viene gratificato per il suo ruolo?

Può essere buona risorsa una persona che sa che potrebbe essere rimpiazzato da una macchina?

Non dimentichiamo che lavoro è servizio, responsabilità e relazione.

E oggi più che mai sentiamo come il lavoro degli uni permette il benessere e il lavoro degli altri. Il lavoro ci rende comunità, ci tiene uniti e solidali.

Mai come quest’anno possiamo fare nostre per la Festa del Lavoro le parole di Nessun uomo è un’isola di John Donne, riprese in seguito da molti scrittori e intellettuali.

Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso;
Ogni uomo è un pezzo del continente,
parte della terra intera; e se una sola zolla vien portata via
dall’onda del mare, qualcosa all’Europa viene a mancare,
come se un promontorio fosse stato al suo posto,
o la casa di un uomo, di un amico o la tua stessa casa.
Ogni morte di uomo mi diminuisce perché
io son parte vivente del genere umano.
E così non mandare
mai a chiedere per chi suona la campana:
essa suona per te.

Leggiamo questa poesia pensando a tutti i lavori che conosciamo, alle persone che lavorano per noi e a chi lavoro non ce l’ha.

Il mio lavoro non è solo per me e il lavoro o non lavoro dell’altro mi riguarda.

Buona Festa del Lavoro!

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