Reset. Tra giubileo e COVID 19

Al di là delle tragedie di malattia, morte e povertà a cui stiamo assistendo, possiamo cogliere questo tempo come un’occasione per un grande RESET.

È un tempo di pausa, di sospensione e interruzione dell’ordinario. In un modo o nell’altro, anche ora che piano piano le attività stanno riprendendo, ciascuno di noi si è visto costretto a vivere ritmi più lenti e a non occupare continuamente la propria vita con impegni, cose da fare, corse in giro per la città.

I verbi che costituiscono questo periodo sono stare, attendere, osservare, ascoltare, pensare…

Abbiamo cercato un’analogia possibile per questo tempo con altri periodi della storia. Essendo un periodo unico è difficile trovare somiglianze. Anche le epidemie del passato, per situazioni sociali e condizioni di vita diverse, non sono state vissute come questa pandemia.

Un’immagine che ci è venuta in mente, come occasione di parallelo possibile, è quella del giubileo biblico che per gli ebrei ricorreva ogni cinquant’anni in memoria della liberazione dall’esilio babilonese.

È vero, come anche i giubilei attuali, era un tempo di festa e di ricordo di un evento felice, ma se prendiamo il capitolo 25 del libro del Levitico scopriamo un’importante analogia. Il tempo del giubileo costituiva un’interruzione dall’ordinario, dalla quotidianità.

Nel caso degli ebrei era una ricorrenza, nel nostro caso è un’imposizione a causa di un virus. In entrambi i casi però c’è una sospensione.

Allora cosa possiamo imparare? Cosa potremmo cogliere da questa analogia?

Possiamo cogliere un aspetto importante, il RESET.

Gli ebrei, infatti, durante il giubileo facevano RESET. Ogni cinquant’anni si azzerava tutto e la loro storia ripartiva, venivano ridistribuite ricchezze e proprietà, venivano liberati gli schiavi e tutto veniva ridistribuito.

Perché? Perché gli ebrei che celebravano l’anno giubilare avevano presente che la vita non è nostra, ma viene da Dio e ci è affidata. Avevano vissuto schiavitù, esili, liberazioni, non venivano da una storia facile, eppure continuavano a tenere presente dentro di loro la memoria di quell’alleanza perenne e sapevano, sentivano e cercavano di mantenere fedeltà, almeno ogni cinquant’anni, al primato di Dio.

La terra, le ricchezze, le proprietà non erano loro, ma di Dio e ogni cinquant’anni tutto doveva azzerarsi e ripartire.

Durante l’anno giubilare non era permesso nemmeno seminare, perché i campi avrebbero prodotto da sé. Il lavoro veniva interrotto e si lasciava riposare la terra.

Ben altri tempi! Ben altra mentalità! Era un’altra civiltà! Per vedere le differenze, basta osservare gli effetti sull’economia dell’interruzione delle nostre attività e la necessità di riaprire a epidemia non ancora cessata.

Il giubileo però ci insegna che una sosta è possibile e, spesso, necessaria per ripensarsi.

Allora cogliamo la grande occasione. Sostiamo. Ci è sempre piaciuto scomporre in verbo sostare in so-stare, ora è il tempo di saper stare e osservare, cercare di comprendere, analizzare i problemi attorno a noi e poi ripartire.

Questa però è una pandemia e ci mette di fronte a una possibilità di interruzione globale che richiederebbe una rivoluzione universale, un cambiamento radicale.

Se i ricchi della terra condonassero i debiti ai più poveri?

Se si rivedesse la gestione delle risorse energetiche?

Se si cogliesse questo tempo per frenare la corsa alle armi nucleari e no?

Se ci si sentisse tutti provenienti dalla Madre Terra, unico popolo?

Questo sarebbe giubileo. E, a partire da una tragedia come questa che sta colpendo non solo i popoli ricchi, ma anche quelli in estrema povertà con la possibilità di un grande degrado e un’emergenza umanitaria senza pari, potremmo rovesciare tutto e ristabilire ogni equilibrio.

Ma i grandi se la sentirebbero?

Sarebbe una rivoluzione inedita, una possibilità data all’uomo mai vissuta e la nostra Terra potrebbe tornare a girare serena.

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