“Siamo esseri umani, non braccia!”

Murale dedicato a Giuseppe Di Vittorio. Sono tanti uomini e donne che hanno lottato per i diritti di tutti i lavoratori e dei braccianti, tra loro ricordiamo Giuseppe Di Vittorio che ha pagato con la propria vita: https://www.raiplay.it/programmi/paneeliberta-giuseppedivittorio

Non dimentichiamoci di nessuno. Non dimentichiamo le piccole imprese e le attività commerciali costrette a chiudere, non dimentichiamo chi ha perso il lavoro per riduzione di personale e chi è stato costretto ad andare in cassa integrazione. La situazione economica e lavorativa di molti è davvero difficile, basta pensare semplicemente ai piccoli artigiani, ai locali piccoli che dovranno inventare sistemi di sicurezza impossibili e tante realtà che ognuno di noi ha presente. In molti casi, per fortuna, ci sono gli ammortizzatori sociali. Non bastano, non sono sufficienti, non sono una soluzione, ma una pezza sopra un problema più grande, eppure ci sono. In questo lungo elenco però c’è una categoria di persone che non può usufruire degli ammortizzatori sociali, dei bonus, degli aiuti, di qualsiasi forma di sussidio: gli irregolari e, tra questi, i braccianti.

Loro non hanno perso il lavoro. Questo tempo di emergenze sociali ha fatto venire allo scoperto la loro situazione di cui si sapeva, ma per cui si faceva finta di nulla, perché troppo difficile metterla allo scoperto. Ci siamo mai chiesti chi raccoglie le fragole, i pomodori e la frutta che mangiamo sulle nostre tavole? Viene semplice pensare a una filiera. La filiera però è costituita da persone, non solo straniere (l’80 per cento sono italiani!) che da anni chiedono dignità e riconoscimento del loro lavoro. Il COVID ha un merito, portare allo scoperto ciò che già si sapeva. Quando l’Italia è ferma o in lenta ripresa emerge la situazione di chi non ha diritti ed è costretto alle rigide direttive del caporalato. Per l’emergenza ora mancano più di duecentomila braccianti nelle terre d’Italia che con la pandemia sono impediti a rendersi disponibili o ad attraversare i confini per proporsi come lavoratori.

Stipati all’interno di furgoni senza sicurezza, uno attaccato all’altro, costretti a soggiornare in dormitori tutti insieme e sottopagati, loro hanno continuato il loro lavoro. Ma quando la preoccupazione è la salute di tutti, quando emergono le necessità di sanificare le attività, emergono i problemi. Ma come si fa a regolarizzare ciò che non ha nulla di regolare, dal contratto inesistente alla paga?

Eppure noi continuiamo a mangiare fragole, pomodori e prodotti della terra. Il controllo sociale su di loro è impossibile perché non sono censiti, i più senza permesso di soggiorno, uomini e donne invisibili, costretti a un lavoro servile per la sopravvivenza. Pochi euro all’ora per mantenere se stessi e la famiglia.

È proprio di questi giorni la notizia di tre caporali nell’astigiano che sfruttavano nigeriani, senegalesi e altri immigrati stranieri per un lavoro di tre euro l’ora e li trattavano come bestie.

In tutta Italia risulta (per quanto sia possibile fare un calcolo) che ci siano più seicentomila uomini e donne stranieri senza permesso di soggiorno che vivono in situazioni malsane, tutti stipati e senza acqua corrente. Questa è vita?

Discorso analogo vale per le badanti il cui lavoro nero è emerso parallelamente in questo tempo in cui l’attività di tutti viene allo scoperto.

Attualmente la ministra Bellanova, ex bracciante, che conosce bene la condizione di chi lavora la terra, sta pensando a una regolarizzazione di sei mesi temporanei più eventuali altri sei mesi. La discussione è aperta. A qualcuno non va che chi non ha permesso di soggiorno lo riceva. Per qualcun altro ci sono altre priorità in questo periodo. Per altri ancora la preoccupazione non sono i diritti delle persone, ma la sanificazione e il controllo in un tempo in cui è tutto regimentato.

E le colf che per due mesi non sono andate di casa in casa a fare pulizie? E le tante babysitter in nero? E le tante persone assunte in nero improvvisamente rimaste senza lavoro e senza alcuna possibilità di tutela? Qualcuno obietterà: “Colpa loro, se lavorano in nero, colpa loro se accettano lavori senza diritti!”. Ne siamo sicuri? Avevano alternativa?

Ci ricorderemo di loro quando l’emergenza COVID sarà terminata? Chi si è ricordato della rivolta di Rosarno di dieci anni fa?

Non smetteremo di pensarlo e di dirlo. Il COVID sta scoperchiando situazioni già consolidate.

Il rischio di questo periodo è che si elevino urla: “Prima noi!”. Prima le aziende! Prime i bambini! Prima le madri! Prima chi ha perso il lavoro! Prima gli anziani soli! Prima chi ha dovuto chiudere negozi ed attività! Prima il mondo della scuola! Prima i medici e gli infermieri! Prima i privati! Prima i precari! L’elenco potrebbe continuare.

Ci vuole coraggio a scriverlo, perché le parole non bastano, richiedono coerenza nelle scelte e negli atteggiamenti: prima gli ultimi, prima i più dimenticati.

A ciascuno il proprio salario, sì! Ma soprattutto a ciascuno il diritto di essere riconosciuto in quanto persona con il diritto di una casa sotto cui vivere, di acqua per dissetarsi e cibo per sfamarsi. Ovviamente tra questi diritti includiamo il diritto alla tutela della salute. Il dubbio è che ci preoccupiamo di loro per la nostra salute. Ma loro non sono persone come noi?

Il COVID mette tutto allo scoperto, anche la paura dell’altro, il timore delle invasioni di campo. Nei giorni scorsi è girata anche la proposta ad italiani disoccupati di andare a lavorare nei campi. Sono andati? Sinceramente non abbiamo verificato, però resta che il lavoro della terra è il lavoro degli ultimi, anche se essenziale per la vita di tutti. Allora, in questo tempo in cui recuperiamo l’essenziale, cerchiamo di valorizzare l’attività di chi ogni mattina si inginocchia sulla terra per permetterci di mangiare frutta e verdura.

Perché ci stiamo preoccupando di loro e non delle piccole imprese o degli artigiani? Ci preme la povertà e la fatica di tutti, abbiamo presenti amici e amiche in grave difficoltà economica e finanziaria, anche per loro sarà dura, ma ci stanno a cuore i dimenticati di sempre.Bellissime le parole di Aboubakar Soumahoro, sindacalista dell’Usb che da anni lotta per i diritti dei braccianti italiani e stranieri. Ascoltiamole e ascoltiamo l’eco di sottofondo degli altri braccianti: “Siamo esseri umani, non braccia!”.

https://corrierediarezzo.corr.it/video/video-news-by-vista/1604154/regolarizzazioni-il-sindacalista-soumahoro-cinismo-disumano-governo-liberi-i-braccianti.html

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