La giusta distanza

Pontormo, Visitazione

È un po’ di giorni che ci domandiamo quale sia la giusta distanza. “Un metro!” potrebbero rispondere automaticamente diverse persone. Ormai sappiamo tutti che per strada, nei luoghi pubblici, incontrando altre persone dobbiamo tenere un metro/un metro e mezzo di distanza.

Diverse realtà si stanno organizzando per il rispetto delle distanze di sicurezza. Le chiese, forse con un po’ di fretta eccessiva, si stanno organizzando a riaprire nel rispetto delle norme e delle distanze necessarie. I locali anche stanno lavorando per questo. Se tutto va bene, quest’estate, sempre mantenendo la lontananza necessaria, chi vorrà potrà andare in spiaggia. Ovunque l’invito sarà quello: mascherina, igienizzazione e distanza di sicurezza.

Ma qual è la giusta distanza? “Un metro!”.

Abbiamo utilizzato per anni termini e concetti come ‘inclusione’, ‘integrazione’, ‘prossimità’, ‘contatto’… tutte espressioni che dicono vicinanza, incontro con l’altro e ora ci troviamo a parlare di ‘didattica a distanza’, ‘lavoro a distanza’, ‘relazioni d’aiuto a distanza’, persino ‘messe a distanza’… si potrebbe continuare, tutti ne abbiamo fatto esperienza.

Oggi durante le videolezioni guardavamo i nostri ragazzi e dopo, confrontandoci, abbiamo sentito entrambi questo effetto della distanza. Il silenzio, la negazione del video, la fatica a fare circolare parole è effetto della lontananza.

Per anni, ai corsi di formazione, spesso si sentiva suggerire di stare attenti ai contatti con i ragazzi per non rischiare fraintendimenti negli atteggiamenti. Ora quel contatto ci manca. Ci manca poter avvicinarci al banco del ragazzo timido, ci manca avvicinarci alla sedia del ragazzo agitato che continua a muoversi qua e là per la classe, ci manca la mano sbattuta sulla cattedra per ottenere silenzio, ci manca il ragazzo che ogni cinque minuti ci chiedeva di poter andare in bagno. Ci manca quella relazione di prossimità che fa la scuola, ma che in generale fa la vita.

I piccoli si sono stancati delle videochiamate per tenere vivo il contatto con i compagni e con le maestre e purtroppo stanno lasciando l’esperienza della scuola alle spalle, con grande nostalgia, in attesa di poter ritornare a settembre (speriamo!) nelle aule.

Abbiamo nostalgia di prossimità.

Quanto è bella questa nostalgia di prossimità! La distanza non è vita, lo è la vicinanza.

Abbiamo quasi tutto fatto in questi mesi spese online, accorgendoci di quanto fosse bello poter entrare in un negozio, osservare i prodotti, sceglierli e compiere quel gesto naturale di portarli verso casa.

In questi giorni si parla di ‘messe in sicurezza’ a proposito della ripresa delle celebrazioni eucaristiche. Fa sorridere, disturba ed innervosisce, perché nulla della messa e delle celebrazioni religiose è in sicurezza, non nel senso che si corra un pericolo fisico, ma perché i riti (cristiani e non) non ammettono distanza fisica, ma implicano relazione. Ha senso una messa in cui ci si siede lontani, mascherati e si sta attenti al contatto con l’altro? Per chi vive la vita in parrocchia o comunità di riferimento uno dei momenti più belli era il saluto fuori dalla chiesa, che non era un’extra rispetto alla messa, e ora non potremo viverci questi incontri per un po’.

Abbiamo insegnato ai nostri figli che l’altro è colui che non dobbiamo temere, ma che possiamo incontrare, scoprire, che dobbiamo fermarci a salutare chi vediamo nell’androne del palazzo, che è educazione tenere le porte a chi sta entrando nel condominio o in un altro locale con noi. Ora ci stanno incoraggiando a entrare uno a uno.

Nostro figlio Gioele, in questo periodo, ci chiede spesso un abbraccio. Per entrambi sono momenti bellissimi, li viviamo come una reazione a questo tempo che ci vuole distanti, lontani, inevitabilmente freddi. Non gli risparmiamo le nostre braccia e ogni abbraccio è un tentativo di ricordargli che questa è la vita, fatta di abbracci, contatto, relazione.

Per strada l’altro giorno due anziani signori si sono incrociati, volevano stringersi la mano, si sono dati il gomito in segno di affetto.

Due amiche adolescenti si sono incontrate dopo mesi per caso, è seguito un urlo di gioia che comunicava vita e felicità alla massima potenza, non si sono abbracciate nel rispetto delle norme, ma i loro gesti comunicavano vicinanza, prossimità, amicizia profonda.

Ingegniamoci! Questo tempo ci vuole distanti, non solo fisicamente. Ci vuole freddi e razionali, attenti alla nostra e all’altrui salute.

Ingegniamoci a comunicare abbracci. Può aiutarci il sorriso. È vero, dietro le mascherine, non si vedono i sorrisi, ma ci sono e arrivano lo stesso.

Possono aiutarci gli occhi, il tono della voce e i gesti delle mani.

Noi italiani siamo stati sempre presi in giro per la nostra gestualità. Recuperiamola e potremo comunicare vicinanza nella lontananza.

Soprattutto però coltiviamo gesti e atteggiamenti di prossimità.

La distanza fisica che in questo periodo ci è imposta serve a tutelare la salute nostra e altrui. Sarebbe una contraddizione renderla individualismo e indifferenza.

Eppure stiamo correndo questo rischio. I post sui social, dopo il primo mese di attenzione globale, iniziano a esprimere stanchezza, solitudine e insofferenza.

Siamo stati due mesi nelle tane, ora con la sicurezza degli animali che escono dal letargo con prudenza, è tempo di uscire fuori. Non lo possiamo fare senza rispetto delle norme indicate, ma cerchiamo di vivere con sguardi che vadano oltre la punta del nostro naso. Andiamo oltre noi stessi, guardiamo verso l’orizzonte e un giorno tornerà il tempo degli abbracci senza paura.

Noi due ci siamo innamorati in un abbraccio. Crediamo che sia il gesto più bello al mondo. Attendiamo la possibilità di scambiarli con i nostri amici e parenti. Intanto però ci impegniamo a continuare a vivere un cultura di vicinanza e prossimità, antidoto contro l’individualismo, l’indifferenza e l’isolamento.

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